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Archivio per mese: 03.2010

Jorge Amado: cantore della nostalgia brasiliana

scritto da marco il 31.03.2010 in
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“Il Brasile è la somma meravigliosa di ogni possibile contraddizione: in ogni uomo veramente brasiliano scorre un sangue ricco di fermenti europei, africani, indios, meticci, ed è proprio questo che rende il Brasile così magicamente colmo di luci ed ombre, così fragile, allegro, violento, e tuttavia così impossibile da dimenticare”.

Jorge Amado

Cultour travel design

scritto da marco il 30.03.2010 in
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http://cultour.it/travel-design/

Professione vagabondo

scritto da Aliaperte Brazil il 28.03.2010 in
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Ci si mette in viaggio a causa di una tragedia, o perché travolti da un’insana passione. Ma andare altrove serve a scoprire gli altri. E se stessi. Parola del massimo reporter vivente (colloquio con Ryszard Kapuscinski a cura di Wlodek Goldkorn).

Viaggiare? È una tragedia, o un vizio. In ogni caso è un’attività che va contro la natura. Lo dice Ryszard Kapuscinski, forse il massimo reporter vivente, sicuramente viaggiatore instancabile e avventuroso.

Signor Kapuscinski, perché si viaggia?
“Perché si è costretti. Sono convinto che l’uomo, per natura, è un essere sedentario, legato alla terra. E questo legame è un elemento importante dell’identità: molti cognomi (specie degli ebrei, e la cosa è buffa se si pensa che gli ebrei sono considerati ‘privi di radici’) indicano la provenienza geografica della persona. Ci si mette in cammino per fuggire dalla fame, dalla peste, dalla guerra, per cercare la sicurezza altrove”.

È l’unico motivo perché si viaggia?
“È il principale. Certo, ci sono stati i greci e i fenici, e gli abitanti di varie isole e penisole, da quelli del Pacifico agli inglesi che partivano per i mari, per curiosità, alla ricerca di altri mondi. Ma la storia è fatta per lo più di grandi civiltà che non hanno mai sentito la necessità di costruire le navi, o di andare ed esplorare l’altrove. Ha mai pensato al disinteresse degli africani per il mondo, o al fatto che i cinesi e gli indiani non hanno inventato niente che assomigliasse alla geografia? È vero, ci sono sempre state persone che si mettono in cammino per esplorare quello che è fuori. Ma è un piccolo gruppetto. La curiosità del mondo è un’eccezione, non una caratteristica comune agli umani”.

Lei fa parte del piccolo gruppo dei curiosi.
“Dei vagabondi, dei mendicanti, dei cantastorie. E di portatori di informazioni. Ma non dimentichiamo un altro gruppo di viaggiatori: gli esploratori. Anche loro pochi, ma presenti fin da quando abbiamo una storia scritta”.

Fin dai tempi di Erodoto. Il suo ultimo libro uscito in Italia è intitolato infatti ‘In viaggio con Erodoto’.
“Gli esploratori c’erano prima di lui. Ma si limitavano a descrivere i singoli luoghi. La novità di Erodoto è lo sguardo globale sul mondo”.

Sul suo tavolo c’è una cartella dedicata a Bronislaw Malinowski. Una volta lei disse che fu lui, viaggiando, a scoprire ai primi del ‘900, che non esistono razze, ma diversità umane. Si viaggia per scoprire gli altri, o per scoprire se stessi?
“Si viaggia per vedere chi sono gli altri. Ma nell’istante in cui lo si scopre, si capisce anche chi siamo noi. Faccio un esempio. Io ho scoperto di essere un uomo bianco grazie al mio primo viaggio in Africa. Ero in Ghana, nel 1957, per vedere il primo paese dell’Africa subsahariana che ha ottenuto l’indipendenza. All’improvviso, per la strada ho notato che tutti mi guardavano. Ero diverso, avevo la pelle bianca. Non ci ho mai pensato prima”.

Nel ‘800, viaggiatori come Stanley o Livingstone, per andare in Congo, paese in cui anche lei ha lavorato molto, ci mettevano mesi e mesi. Potevano raccontare di aver visto i pigmei, o i cannibali. Nell’immaginario occidentale gli umani non europei facevano parte di una natura selvaggia. Che senso ha oggi arrivare in poche ore, in aereo a Kinshasa, in un paese di cui si sa già tutto, grazie alla tv e a Internet?

“Prima di tutto farei una distinzione importantissima. Livingstone era un missionario, un idealista, anche se in fin dei conti i missionari fornivano un’ideologia al colonialismo. Stanley invece era un realista, un duro, soprattutto un giornalista. Non era né geografo né antropologo né esploratore. Era uno dei primi a viaggiare solo per scrivere e poi vendere i reportage. In secondo luogo, oggi, a causa della moltiplicazione dei conflitti armati, a causa del crescente potere territoriale della criminalità organizzata, ci sono sempre più luoghi e paesi di cui non si sa quasi niente. Andarci è molto pericoloso. Il Congo, appunto, è uno di questi paesi. E allora se vado in Congo, lo faccio per vedere e descrivere, consapevole di rischiare la pelle”.

Se è un rischio viaggiare, perché lo corre? Lei, almeno quattro volte nella vita, stava per essere fucilato.
“Perché sono travolto dalla passione. Per una sfida che non ha una giustificazione né una spiegazione razionale, a cui tuttavia un reporter vero non è capace di resistere”.

Cosa è un vero reporter?
“Uno che va nei luoghi solo per descriverli, senza nessun altro scopo. Un medico per esempio, può descrivere tante cose, ma sarà sempre un medico che scrive, non un reporter”.

Perché è necessaria la figura del reporter?
“Perché in questo mondo, sempre più virtuale, c’è bisogno di qualcuno che è stato in un luogo, ha toccato con mano la situazione e quindi è un testimone. Diceva Malinowski che quella dell’antropologo è una ‘presenza partecipativa’. Lo stesso vale per il reporter, se vuole essere credibile. Ora c’è qualcosa di più che rende il reporter indispensabile e moderno. Il mestiere del reporter è affine a quello dell’interprete. C’è bisogno di costruttori di ponti tra le culture: gli interpreti e i reporter lo sono”.

Non basta la tv che fa vedere ovunque tutto il mondo?
“No. La tv fa vedere poco. È troppo caro mandare intere troupes in giro per il mondo. E poi, l’informazione è sempre più standardizzata. Se, per ipotesi, lei dovesse fare il giro del mondo in 24 ore, cambiando ogni tanto l’aereo, in ogni aeroporto troverà la tv con la stessa identica notizia internazionale: un attentato in Iraq, o un discorso di Bush. È un paradosso, mentre procede la globalizzazione, la nostra conoscenza del mondo si fa sempre più povera e limitata, ci sono interi paesi scomparsi dal nostro immaginario, e dalle nostre carte geografiche. Anche perché sui giornali si dà sempre più spazio alle cronache locali e non alle questioni internazionali”.

Colpa di chi?
“Di tutti e di nessuno. Il fatto è che nei giornali sta dilagando il linguaggio della tv: informazione in pillole, poche righe, poco approfondimento, interviste coi politici locali. Così il reportage letterario dalle pagine dei quotidiani è emigrato su quelle dei libri. E i reporter da giornalisti si stanno trasformando in scrittori”.

C’è anche un’altra categoria di viaggiatore: il turista.
“Il viaggio turistico è diventato un fenomeno di dimensioni colossali, inedite nella storia e difficilmente immaginabili. Solo l’anno scorso, per turismo si sono spostate 800 milioni di persone. Il turista non viaggia perché è costretto, né per ragioni professionali. Lo fa alla ricerca del piacere. È una svolta nella civiltà”.

Parlava della ricerca del piacere. Il piacere di viaggiare?
“No. Lo scopo del turista, e stiamo parlando del turista in Africa e nei paesi poveri del Sud, è paradossale: evitare accuratamente di conoscere il paese in cui trascorre le vacanze, la sua lingua e la sua gente e dove spende i suoi soldi. Il turista evita i mezzi di trasporto degli ‘indigeni’, perché li giudica sporchi, lenti, insicuri. Del resto, il turista non vuole avere contatto con la gente del luogo (se non con i necessari servitori dell’albergo) perché ha paura di malattie, o che gli vengano chiesti dei soldi. È una paura che prevale su ogni curiosità. Gli interessa il cibo, il vino, le comodità, la terrazza e la piscina, il sole. Il turista è un uomo del Nord che cerca il sole. Ho incontrato persone che hanno viaggiato da Città del Capo e fino al Cairo, senza alcun contatto con la popolazione locale”.

In ‘Il negus’ lei racconta di un vertice dei capi di Stato africani ad Addis Abeba, negli anni ‘60, dove i resti del pranzo ufficiale vengono portati a una massa di poveri che li masticano in silenzio, fuori dal recinto del palazzo. È una metafora dell’arroganza di ogni potere e dell’umiltà dei diseredati. Oggi sono i turisti gli arroganti?
“Il turismo di lusso di massa ha cambiato i connotati delle società in Africa. È nata una classe dei servitori dei turisti, gelosa del proprio status. È una classe che assomiglia a quella dei cortigiani dei re di una volta: gente che vive di quello che resta dal pranzo dei padroni e che scaccia via i veri poveri, quelli che non hanno niente. In questo contesto, il turista è il nuovo simbolo dell’arroganza”.

Per vedere la diversità delle culture basta andare a visitare la periferia di Parigi o di Londra, o di un’altra metropoli. Non c’è bisogno di viaggiare…
“Non è vero. Sono dei micro-universi tolti dal loro contesto. Sono dei giganteschi non-luoghi, privi di ogni dimensione temporale. Sono come gli aeroporti, i non luoghi per eccellenza. Del resto, gli aeroporti assomigliano sempre di più alle città e le città agli aeroporti. In Europa, comunque, il problema è limitato. Le nostre città storiche hanno strutture antiche che resistono. Non ci rendiamo invece conto come altrove le città sono diventate solo degli ammassi informi di baraccopoli”.

Un’ultima domanda. Chi sono i suoi maestri?
“Una volta avrei detto Hemingway. Ma cambiano, secondo del periodo. Oggi direi: Conrad, Dos Passos e Stendhal, il più straordinario dei reporter”.

di Wlodek Goldkorn

Liberamente Angela e i Quilombo

scritto da Aliaperte Brazil il 28.03.2010 in
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E’ disponibile il poster ufficiale del film-documentario “Liberamente Angela. A journey” – prodotto da Aliaperte – di cui Cultour ha curato la scelta dei luoghi per le riprese, la logistica e il supporto per gli spostamenti in Brasile.

Per l’immagine del poster è stata scelta una fotografia scattata mentre effettuavamo le riprese del film in un Quilombo sul Rio Paraguaçu, nello Stato di Bahia. Questa immagine è una scelta abbastanza logica per una storia che racconta dell’energia delle donne ma anche di libertà e ascesa.

Quilombo o Kilombo (probabilmente più fedele al vocabolo originario africano) è il termine utilizzato per indicare le comunità di schiavi africani ribellatisi agli schiavisti, in Brasile, in Giamaica e in altre zone dell’America centro-meridionale.

Questi uomini e donne, a cui era stato negato tutto, riscoprono la loro umanità nella socialità, nella condivisione: insieme riescono a sconfiggere gli eserciti occidentali, insieme decidono di inoltrarsi nella giungla e di ricominciare da capo, formando società matriarcali, senza gerarchie, senza dogmi.

Alla base della vita nel quilombo vi è la scelta, cosciente e razionale, di mettere in comune conoscenze e sogni, e di sostituire la cooperazione al conflitto, la codecisione al potere.

Ma quello che rende unico l’esperimento del quilombo, distinguendolo da altre esperienze storiche, è il rapporto dei suoi abitanti con il modo esterno: chiusura e resistenza alle invasioni, ma nello stesso tempo apertura a tutti gli uomini liberi venuti in pace.

Le tradizioni di un popolo non sono più un tabù, ma un punto di partenza per il dialogo con gli altri popoli. Sono tutt’altro che rari i casi di quilombo popolati da ex schiavi africani, unitisi a tribù amerindie, con una straordinaria commistione di idiomi, di rituali, di religioni.

Arnaldo Jabor “Non riesco ad andar via da Bahia” – Quotidiano “Il Globo”

scritto da marco il 27.03.2010 in
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ARNALDO JABOR
Não consigo ir embora da Bahia.
Acabaram minhas férias e continuo aqui.
Mesmo que eu viaje, levarei a Bahia comigo.
Não se trata de louvá-la; quero entendê-la, não com a cabeça, mas com o corpo, com as mãos, com o nariz, entender como um cego apalpa um objeto, entender por que este lugar é tão fortemente estruturado em sua aparente dispersão.
Aí, descubro que, ao contrário, a Bahia me ajuda a “me” entender. Não sou eu quem olha; a Bahia que me olha de fora, inteira, sólida, secular, a paisagem me olha e fica patente minha alienação de carioca-paulista, fica evidente meu isolamento diante da vida, eu, essa estranha coisa aflita que está sempre entre um instante e outro, sem nunca ser calmo, inconsciente e feliz como um animal.
Na Bahia, vejo-me neurótico, obsessivo, sempre em dúvida, ansioso.
Gostaria de estar na praia de Buraquinho, quieto, dentro do mar, como um peixe, como parte da geografia e não fora dela.
Ninguém aqui se observa vivendo. Salvador não é uma “cidade partida” como é o Rio, nem a cidade que expele seus escravos, como São Paulo, que um dia será castigada, estrangulada por sua periferia.
Aqui, de alguma forma misteriosa, os pobres e negros, mesmo sem posses, são donos da cidade.
A cultura africana que chegou nos navios negreiros, entre fezes e sangue, parece ter encontrado a região “ideal” neste promontório boiando sobre o mar, batido de um vento geral, para fundar uma cidade erótica e religiosa, plantada nos cinco sentidos, fluindo do corpo e da terra.
Os casarios subiram os montes, desceram em vales por necessidades dos colonos e dos escravos do passado, o espaço urbano foi desenhado pelo desejo dos homens.
A Bahia foi o lugar perfeito para a África chegar.
Tudo se sincretiza, natureza e cultura.
Espírito e matéria se unem como um bloco só, amores e vinganças fluem no sangue dos galos e dos bodes, esperanças queimam nas velas de sete dias, todas as coisas se amontoam num grande procedimento barroco de não deixar vazio algum, nada que sobre, que fique de fora, nada que isole matéria e gente.
Os deuses não estão no Olimpo; são terrenos e florestas, estão na rua, no dendê, dentro da planta.
Consciência e realidade não se dividem, o povo e o mundo são a mesma coisa, e isso aplaca as neuroses, as alienações das megacidades onde o homem é um pobre diabo perdido no meio dos viadutos.
Como nas fotos do Mário Cravo Neto, tudo se une em um só bloco: o alvo pato e a mão negra, a mulher nua e a pedra, o nadador, o sol e a água, as frutas, os cestos e as bocas, as plantas e os pés, os búzios e os segredos, os santos e os orixás, as mãos e o tambor, a fome e a carne, o sexo e a comida.
Tenho uma espécie de inveja e saudade desta cultura integrada, dessa sociedade secreta que vejo nos olhares das pessoas falando entre si, uma língua muda que não entendo, tenho inveja da palpabilidade de suas vidas materiais, tenho inveja da grande tribo popular que adivinho nos becos e ladeiras , das pessoas que riem e dançam nas beiras de calçada, que se amam na beira do mar.

Tenho inveja desta cultura calma que vive no “presente”, coisa que não temos mais nas “cidades partidas”, sem passado e com um futuro que não cessa de não chegar.
Nesta época maníaca e americana, que se esvai sem repouso, aqui há o ritmo do prazer, a “sábia preguiça solar” de que falou Oswald e que Caymmi professa.
A civilização que os escravos trouxeram criou esta “grande suavidade”, este mistério sem transcendência, este cotidiano sem ansiedade, esta alegria sem meta, esta felicidade sem pressa. Aqui a cultura vem antes da lei.
Aqui o soldado na guarita é um negro com passado e orixás, dentro da roupa de soldado.
O bombeiro, o vendedor, o pescador, o vagabundo se comunicam e existem antes das roupagens da sociedade.
Até se travestem, se fantasiam deles mesmos nos horrendo resorts caretas da burguesia, mas não perdem a alma para o diabo, defendidos pela vigilância de seus Exus.
A sinistra modernidade tenta adquirir a Bahia, possuí-la, apropriar-se das praias, das ilhas, dos panoramas.
Mas mesmo o progresso urbano e tecnológico aqui fica domado de certo modo pela cultura, que resiste a esses embates.
Os balneários turísticos aqui me parecem meio patéticos, meio Miami na vivência luxuosa dos acarajés, camarões e
uísques trazidos por serviçais iaôs e mordomos de cabeça feita.
Aqui não se veem os rostos torturados dos miseráveis do Rio e São Paulo: a pobreza tem uma religião terrena costurando tudo.
As festas do ano inteiro não são diversionistas, orgiásticas, para “divertir” – são para integrar. As festas têm uma
religiosidade pagã, sem sacrifícios, sem asceses torturadas de olhos virados para o céu.
Nada sobrou do barroco europeu sofrido; prosperou o barroco gordo, pansexual, com as frutas, os anjinhos nus, os refolhos e os européis invadindo o convulsivo barroco da contra-reforma, com as curvas carnavalescas nas igrejas cheias de cariátides peitudas, sexies, gostosas, como as mulatas do Pelourinho.
Não é uma sociedade, mas um grande ritual em funcionamento.
O Brasil aflito, injusto, imundo, inóspito devia aspirar a ser Bahia. Aqui dá para esquecer o jogo sujo do Congresso em
Brasília, revelando a face oculta dos bandidos com imunidade, emporcalhando a democracia, aqui você não morre afogado na enchente da marginal do Tietê, nem o Ronaldinho é assaltado com revólver na cabeça.
Não conheço lugar mais naturalmente democrático.
E, por isso, não consigo ir embora.
Vou comprar uma camiseta “NO STRESS” e ficar
bebendo um frappé de coco para sempre.
Arnaldo Jabor – Porto da Barra – Salvador / BAHIA

Benvenuti in Cultour

scritto da marco il 27.03.2010 in
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Caro viaggiatore,

sono passati più di quattro anni dalla nascita di Cultour e l’evoluzione della nostra attività e l’avanzamento tecnologico dei sistemi web ci hanno imposto la progettazione e realizzazione di un nuovo sito www.cultour.it, che da oggi ci auguriamo di condividere con tutti voi.  Il cambiamento più significativo nell’attività di Cultour sta nell’ampliamento della programmazione dei nostri viaggi. Cominciammo con la sola Bahia ed oggi, per soddisfare le richieste di coloro i quali hanno apprezzato il nostro lavoro e vorrebbero continuare a viaggiare in Brasile con noi,  siamo andati a conoscere altri stati e scoprire ciò che di più interessante offrono. Oggi operiamo con i nostri viaggi personalizzati negli stati di Bahia, Rio de Janeiro, Mato Grosso do Sul, Minas Gerais, Maranhao, Cearà, Piaui.  A breve si aggiungeranno gli stati di Alagoas, Pernambuco, Rio Grande do Norte e Santa Catarina. Il sito Cultour continua ad essere una sorta di guida del Brasile, che, grazie al nostro blog, sarà costantemente aggiornata con le novità più interessanti riguardanti i nostri viaggi ed in generale con le news sugli eventi culturali in programma nelle varie destiazioni. Sicuramente la tentazione di alcuni utenti, sarà quella di utilizzare le nostre informazioni per organizzare viaggi “fai da te” e probabilmente ci riusciranno, ma non potranno mai vivere l’esperienza di vita, che Cultour può offrire. Il nostro lavoro infatti e mettere a vostra disposizione la nostra profonda conoscenza del Brasile, la nostra professionalità nell’organizzazione di programmi di viaggio con servizi e strutture di qualità, di tour esclusivi “fuori rotta” e soprattutto l’insostituibile ospitalità dei nostri collaboratori locali imprescindibilmente “nativi”. E’ infatti questo il nostro maggior investimento e valore aggiunto perché ogni viaggio sia unico ed indimenticabile, lasciando l’impronta del Brasile nell’anima del viaggiatore. Non amiamo spendere per la nostra promozione la tanto sfruttata definizione di “turismo sostenibile” o “turismo responsabile” perché entrambe hanno sempre fatto naturalmente parte dell’essenza del viaggio Cultour e dell’etica del suo staff e riteniamo superfluo rimarcarlo soprattutto per chi come voi ha sempre viaggiato in maniera sostenibile e responsabile. Vorremmo approfittare di questa presentazione per ringraziare la Aliaperte, che ci ha offerto i meravigliosi video girati in occasione del nostro viaggio di quaranta giorni tra gli stati di Bahia, Minas Gerais e Rio de Janeiro, riuscendo a cogliere tutti quegli aspetti culturali e sociali, che fanno del Brasile un paese unico al mondo.

Non ci resta che augurarvi un “buon viaggio” in www.cultour.it e, ci auguriamo di ricevere il vostro contributo per aiutarci a migliorarlo per comprensibilità, visibilità e contenuti.

A presto…in Brasile con Cultour

Turismo sostenibile in Amazzonia

scritto da marco il 25.03.2010 in
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Vivi con Cultour la Riserva Mamiraua, premiata dalla Best Ecoturism destination Award dalla Conde Nast Traveler magazine

http://www.uakarilodge.com.br/Default_en.aspx

News e video su Rio de Janeiro

scritto da marco il 24.03.2010 in
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http://www.riodejaneiro.com/news/

Feste popolari nello stato del Maranhao

scritto da marco il 24.03.2010 in
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Organizza il tuo viaggio nel Maranhao in coincidenza con le più importati feste popolari della regione

http://www.turismo.ma.gov.br/en/