Il viaggio di Gano
scritto da marco il 21.09.2010 in
Esquerda, saudade e liberdade.
“Si, in effetti, in Brasile non ci sono mai stato…”.
Sono state le mie prime parole. La voglia era quella di fare “il” viaggio, non “un” viaggio. E un posto lontano nell’immaginario, mio e di chiunque è il primo passo per fare “il” viaggio.
Nasco e vivo con la voglia di conoscere tutto e con il complesso di inferiorità di non aver mai visto abbastanza. Un continente grande come un mondo e un paese grande come un continente è il passo minimo per fare “il” viaggio.
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Salvador non è stata una scelta casuale. Quando si pensa al Brasile, la testa va subito alla capitale vitale del paese-continente: Rio con il suo fascino, la sua voce suadente, il ritmo del Carnival.
Partire da Salvador è stata una scelta di sentimento per cercare il vero e il nero di un paese contraddittorio, fatto di samba e di favelas, di calcio e di fame, di vittorie sportive e di sconfitte sociali. Salvador ha il fascino della capitale nativa. Da lì parto.
Per capire la capitale dello stato di Bahia mi è bastato guardare il mercato di Sao Joaquim.
A Sao Joaquim, alla prima cachaca, rosa di colore, torbida come un pozzo e potente come un siluro ho visto tutta Salvador in pochi istanti. L’Igreja de Nossa Senyora do Bonfim ha ricevuto la mia “fita”, il nastrino colorato dei desideri e delle speranze. Spero che si avveri il mio desiderio, più per ritornare a Salvador che per il desiderio in sè. E canterò messa anche agli Orixas.
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Dalla capitale di Bahia ai lidi a nord il passo è stato enorme. Lanciato a folle velocità (anche perchè gli autisti in Brasile pestano sul pedale come dei fabbri) sono passato dal presente meccanico all’età dei nativi.
A Mangue Seco il “buggy” è l’unico segno di modernità concesso. E’ qui che ho visto un tramonto da cartolina. Voglio precisare questa descrizione con un ricordo d’infanzia. Nel salotto di mia nonna c’era un orrible olio su tela, una riproduzione seriale di un qualche pittore sconosciuto. Il soggetto era il solito stereotipo: una palma, una barca, tanta foresta e una scala cromatica tra il blu e l’arancione. Il solito soggetto suggestivo ed esotico che ti lascia il dubbio se chi l’ha dipinto ha mai visto una tramonto così oppure l’ha solo immaginato. Il dubbio mi rimane ma non ha importanza. Io quel tramonto l’ho visto e sono ancora sbalordito.
Molte dune, tanta sabbia, gente nativa: per una volta ero minoranza bianca. Ho trovato così il mio antidoto per qualsiasi forma di segregazione. Una nuotata tra le mangrovie in cerca di ostriche e la serata da Pernambuco che mi omaggia di musica e carne do sol.
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Altri chilometri e altre spiagge. Le più lunghe, profonde e colorate del mondo. Spiagge che il mare fa scomparire nel tardo pomeriggio. Sono a Itacarè, luogo nel quale la natura pensa a tutto: se l’Ilha de la Segre (Isola della Suocera) di Mangue Seco e la spiaggia di Jeribucacu ad Itacarè non fossero difese dalla Mata e dalla marea, probabilmente sarebbero state colonizzate dai nuovi consquistadores dei villaggi turistici. La Mata atlantica diventa subito il mio luogo eletto di isolamento. Senza il mio sonno pesante non sarei mai riuscito ad addormentarmi: i suoni e i rumori di uccelli e zanzare, lemuri e palme, soverchiano il silenzio della notte.
A Itacarè mi porta Miguel, indietro mi riporta Valdevil: sono due modi diversi di essere indigeno. Andiamo a vedere Sao Paolo – Vasco in tv. FInisce zero a zero. Poche le emozioni ma non tutte le partite possono essere spettacolari, anche se sono in Brasile.
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Barra Grande è statala spiaggia-amante di una sola notte.
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Ho vissuto su un’isola senza essere famoso. L’ho fatto per tre giorni e vicino alla mia pousada non mancava nemmeno il reality (vero e proprio è il caso di aggiungere), di una tv spagnola. Boipeba ha nella piazza principale il sogno di ogni bambino: un campo di calcio e nessun cartello che vieti di giocare a palla. Al sogno di ogni bambino segue il “miraggio” di ogni adulto: una amaca in riva all’oceano e il resto di un libro di Amado da ultimare.
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Ritorno a Salvador. Il traffico e i rumori sono uno schiaffo in pieno volto. Per una settimana ho visto barchette, buggy e trattori come unici mezzi di trasporto. Ma Salvador è l’inizio e la fine. E la fine è Jeronimo che canta sulla scalinata, l’acarajè che frigge e il Pelourinho con le sue pareti colorate e le sue trappole.
In fine dei conti il Brasile e Bahia in particolare è molto simile a me: grande gioia e malinconica tristezza, lenita dalla promessa del ritorno.
Cultour, O Brasil do viajante
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