Chiara (Rio de Janeiro)
Salvador – l’Africa in esilio
Ho scelto Bahia perché avevo voglia di Africa. Avevo sete di colori vivaci, contrasti forti, corpi sinuosi e musica, tanta musica.
Mi dovevo scrollare di dosso il grigiore di un lungo inverno, dimenticare un passato che mi seguiva come un cattivo odore e trovare un nido dove lisciarmi le piume in santa pace. Salvador mi é apparsa all’improvviso leggendo un racconto di Calvino, lui l’aveva già amata, molte volte, e l’aveva scelta come città reale in un immaginario di metropoli invisibili. Salvador era una donna sirena, una odalisca del mare, una perla nera nel mezzo di un oceano insaziabile di promesse e di saudade.
Mi sarebbe piaciuto attraccare al fianco di Corto Maltese, in una mattina tersa di fine luglio, ma la praticità di un volo veloce e a buon prezzo mi ha reso complice di un arrivo ben più convenzionale ma ugualmente mozzafiato.
L’aereporto di Salvador infatti é incastonato tra le bianche dune del litorale e la bucolica vegetazione circostante, si atterra a pochi metri dall’acqua, elemento costante in questa enorme stella marina che si tuffa nell’oceano senza sosta.
In questo viaggio non sono sola, c’é Marco ad aspettarmi all’altro capo del mondo.
Barese di nascita e baiano di adozione, Marco é il regista perfetto per i viaggi insoliti.
Pozzo inesauribile di storie e di passione per il vissuto che ci scorre accanto ogni giorno e a fatica ne cogliamo i segnali, Marco é un cappellaio matto alla corte della regina di cuori e noi siamo arrivati giusto in tempo per l’ora del te.
Nel Brasile infatti non entro dalla porta d’ingresso, ma dal terrazzo nel cortile (o fundo de quintal, come lo chiamano qui) passo accanto alle venditrici di palle di fuoco (acarajé), ai pescatori di granchio (siri), agli oracoli della signora della buona morte, ai chiassosi musicisti di chula e alle misteriose ambasciatrici del Candomblé.
Salvador é l’Africa in esilio, é fuggita in fretta, con poco spazio in valigia, la distanza l’ha addolcita, la resa di facile accesso, le ha smussato gli angoli, alleggerito i fianchi, l’ha ringiovanita senza farle dimenticare la ricchezza ancestrale della madre patria.
Una sorta di Roma Negra, come l’ha definita Jorge Amado, invaghitosi della città fin dai primi scritti e, in seguito, scelta come palco indiscusso di racconti famosi come “Donna Flor e i suoi due mariti”.
Amado ha saputo dipingerla con tanta accuratezza che più volte mi sono chiesta se Salvador non fosse un invenzione dello scrittore, se la città non giocasse a interpretare uno dei romanzi dell’artista e non viceversa. Era possibile che avessi incontrato il vero Valdinho al samba di Zuzu, o che mi fossi imbattuta in Pedro Archanjo nel bagno di folla di Ilé Aije e che la irrequieta cuoca di Siri Na Lata non fosse altro che la leggendaria Gabriela?
L’illusione e la realtà si fondono continuamente avvolgendo la città come un mantello, cullata dall’oceano e protetta dagli Orixas, Salvador vibra al suono degli atabaque e profuma le proprie strade di olio di dendé, é una antica sacerdotessa rincarnata nel corpo di una giovane zingara, é il ritmo distinto del surdo in una roda di samba.
Mai prima d’ora avevo abbassato tanto la guardia e lasciato che una città e un popolo si prendessero cura di me, non mi opponevo a nulla e come avrei potuto rifiutare una vita scandita dal piacere, dalla musica e dall’allegria? Essere brasiliano mi é sembrata la cosa più naturale al mondo. La fluidità dei movimenti, la sensualità degli sguardi, i sorrisi aperti, la generosità nel convivio e, sopratutto, la capacità di assorbimento culturale sono qualità che rende il Brasile unico al mondo e un punto di incontro reale tra etnie e religioni. Il brasiliano tipico é in realtà una pozione magica: un quarto di indio, una manciata di europeo e un pizzico di africano, cucinato a fuoco lento in un rito cattolico, passato al setaccio in un terreiro di Candomblé e poi lasciato riposare in un tempio evangelico. Le proporzioni delle dosi cambiano in base alla diverse influenze storiche e culturali di ogni stato ma il concetto di base rimane, il brasiliano é un popolo aperto, accomodante, transitorio ed estremamente paziente, me ne rendo conto mentre mi aggiro incuriosita tra le bancarelle del chiassoso mercato di Sao Joaquim, colorata capsula temporale a ridosso della baia di tutti i santi, e osservo la pachezza e la serenità con cui un venditore di frutta é assorto nella lettura di un libro, appollaiato su una montagna di cassette di legno, illuminato appena da un timido fascio di luce, lui é la sintesi del mio Brasile, paese dagli accostamenti improbabili, dove l’ordine é figlio del chaos e dove una vacanza può ancora trasformarsi in un viaggio.
Chiara Rimoldi
Cultour, O Brasil do viajante
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