Roberta de Oxum
Caro Marco,
ti scrivo solo ora, dopo quasi un mese dalla nostra partenza da quel luogo incantato che è il Brasile… Perdonami, ma ho voluto, anzi dovuto, aspettare il tempo necessario affinché si sedimentassero nella mente e nel cuore impressioni, colori, emozioni, alle quali solo adesso sono in grado di attingere a piene mani. Ho viaggiato molto, ho visto posti bellissimi in vita mia, conosciuto culture e tradizioni splendide, ma ancora mi mancava il sapore della siliguela, della pianta di cacao, il profumo della brezza e dell’oceano che incontrano il fiume, lo spettacolo del sole e della luna che si salutano al loro tramontare e al loro sorgere. Mi mancava la reminescenza di una divinità innata, la saggezza degli Orixas. Di Oxum, alla quale, per qualche assurda ragione, mi sentivo legata ancor prima di raggiungere le soleggiate mangrovie, prima di sentire il ritmo di Bahia percuotermi dentro. E, solo ora, capisco quello che devi aver provato di fronte a quell’unico posto che senti di poter chiamare casa. Non è stato un viaggio il nostro, ma un’esperienza di vita, ciò che Thoreau avrebbe definito “succhiare tutto il midollo della vita“. E, se delle semplici parole bastassero a esprimere ciò che ho provato, ti ringrazierei dal profondo per il tuo impegno, la professionalità, e soprattutto per la tua passione. Grazie perché mi hai concesso di vedere il Brasile autentico, quello che non si trova dietro l’angolo. Grazie perché anch’io, anche se solo per un breve momento, l’ho sentito mio.
Roberta
Cultour, O Brasil do viajante
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